inutile nascondersi
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| Fino al 1939 indeciso tra Washington e Berlino, il regime brasiliano si schierò ufficialmente a fianco degli Alleati con la dichiarazione di guerra a Germania e Italia dell’agosto 1942. Le ragioni che indussero a premere per il successivo invio di un corpo di spedizione in Italia furono di ordine internazionale e interno: rafforzare la propria posizione in Sudamerica e avviare uno sviluppo democratico del paese. |
| Nel 1930 il Brasile nel 1930 visse una Rivoluzione che portò al potere, con l’appoggio dei militari, il presidente Getulio Vargas. Il governo del “padre dei poveri”, come spesso era definito Vargas, non fu subito ben accetto ma in breve riuscì, con varie riforme economiche, a creare nel paese una certa atmosfera di benessere. Il presidente realizzò un’ideologia di Stato, il nazionalismo populista, che ebbe grande ripercussione nella vita politica del Brasile. Nel 1937, ricorrendo al pretesto di una falsa cospirazione comunista, Vargas compì l’atto finale del suo disegno dittatoriale e decretò, sempre con l’aiuto dei militari, l’abolizione della Costituzione del 1934 e decise che ne venisse preparata un’altra, ispirata a quella della Polonia, che all’epoca era retta da un regime autoritario.
Quando la Germania aggredì la Polonia, scatenando la reazione di Francia e Inghilterra, il Brasile dichiarò, il 6 settembre 1939, la propria neutralità proseguendo l’ambigua linea politica dettata dal presidente Vargas. In politica internazionale, già da alcuni anni, il Brasile si era avvicinato agli Stati Uniti d’America vivendo così gli stessi timori per i segnali premonitori della futura guerra mondiale. Fu così che, il 27 novembre 1936, il presidente statunitense Roosevelt fu invitato ad un banchetto nel Palazzo Itamaraty (residenza presidenziale brasiliana a Rio de Janeiro), e in tale cerimonia il presidente brasiliano pronunciò un discorso definendo gli Stati Uniti la «grande nazione americana tradizionalmente amica del Brasile». L’incontro tra i due presidenti precedette di pochi giorni la prima Conferenza Interamericana di Buenos Aires, fortemente voluta dagli Stati Uniti in proseguimento della politica dettata dal presidente Monroe nel 1823 (lo slogan che caratterizzò tale dottrina politica fu: “L’America agli americani”). Nella capitale argentina i delegati brasiliani prepararono, appoggiati dai rappresentanti statunitensi, un progetto di patto interamericano che cercava «…di difendere il Continente contro la tendenza espansionistica degli altri popoli…» e i tentativi di «… intromissione di qualche potenza extra-continentale in un paese americano». La proposta brasiliana, in caso di aggressione esterna, prevedeva il ricorso alle armi e all’arbitraggio di Washington; questa eventualità però non fu accettata dall’Argentina che propose alla Commissione un nuovo progetto, appoggiato però, in fase di votazione, solo da sei paesi contro gli otto firmatari della mozione brasiliana. Finalmente il 19 dicembre 1936 fu stipulato un atto finale che trovò, tuttavia, i paesi firmatari ancora divisi. Per capire l’atteggiamento ostile dell’Argentina bisogna ricordare che in Sudamerica, da alcuni anni, si era scatenata una lotta politica tra i due paesi più forti, appunto Brasile e Argentina, per ricoprire il ruolo di paese leader dell’America Latina. Nel 1937 gli Stati Uniti inaugurarono una politica di avvicinamento e controllo degli stati sudamericani. In Brasile, però, esistevano contrastanti spinte interne originate dalle numerose minoranze d’origine italiana e tedesca, in aperto conflitto con i gruppi democratici altrettanto forti. E fu proprio ad opera di gruppi integralisti il tentativo insurrezionale delle “Camicie Verdi”, avvenuto l’11 maggio 1938 a Rio de Janeiro. Le “Camicie Verdi”, versione brasiliana delle “Camicie Nere” italiane e delle “Camicie Brune” tedesche, avevano avuto fino allora una grande influenza, costituendo un movimento di destra che Vargas utilizzò per rafforzare il potere.
Ma Vargas non aveva ancora definitivamente fatto una chiara scelta di campo. Tanto che nei primi mesi del 1939 furono ripresi e rafforzati accordi commerciali con Germania e Italia. E Washington dovette lavorare molto per raggiungere l’accordo del 3 ottobre 1939 quando fu approvata la “Dichiarazione di Panama”, che sanciva la volontà dei paesi firmatari di «…mantenere la pace nel continente americano e di favorire il suo ristabilimento in tutto il mondo». Inoltre, l’accordo affermava l’inviolabilità delle acque territoriali delle repubbliche americane, con un’estensione da trecento a mille miglia di distanza dalla costa. Ma, nonostante le assicurazioni dei paesi belligeranti, il 13 dicembre 1939, avvenne a largo della costa uruguayana lo scontro tra la corazzata tascabile tedesca Admiral Graf Spee e tre incrociatori britannici. La nave tedesca, inflitti e ricevuti danni, fu costretta a rifugiarsi nel porto di Montevideo creando una grave crisi diplomatica. Gli Stati Uniti, appoggiati dal Brasile e dall’Argentina, spinsero il governo uruguayano a ordinare la partenza della Graf Spee, che si autoaffondò nei pressi delle foci del Rio de La Plata. L’anno successivo, con la caduta della Francia e con la dimostrazione della crescente forza militare nazifascista, il presidente statunitense, Roosevelt, riuscì a far approvare da tutti gli Stati americani una nuova linea di principio, che si concretizzò in un altro vertice interamericano, svoltosi a La Avana nel luglio del 1940. In tale assemblea si affermò, dietro pressioni del governo di Washington, che qualunque atto di ostilità compiuto ai danni di uno Stato del nuovo continente sarebbe stato in avvenire considerato «…come un atto di aggressione contro gli Stati firmatari della dichiarazione». Tale clausola sarebbe dovuta scattare il 7 dicembre 1941, giorno in cui la flotta giapponese effettuò l’attacco a Pearl Harbor, ma in realtà non fu proprio così, tanto è vero che subito dopo l’aggressione giapponese agli USA, nessun paese firmatario della Dichiarazione scese in campo e, come vedremo, solo il Brasile espresse solidarietà a Washington con un atto ufficiale. Sul piano diplomatico, nella metà del 1940, si creò invece una rottura con l’Inghilterra che, nonostante acquistasse molti prodotti brasiliani, attuava uno stretto blocco navale che
provocò vivaci proteste del governo sudamericano. L’11 ottobre il mercantile brasiliano Siqueira Campos fu bloccato a Lisbona dalle autorità britanniche perché stava per trasportare in Brasile un carico di armi proveniente dalle industrie Krupp di Essen. Il 27 novembre 1940 il mercantile brasiliano Buarque fu fermato da navi da guerra inglesi in acque territoriali brasiliane e fu confiscato il carico definito di origine sospetta. Solo dopo lunghi accertamenti si stabilì l’origine argentina dei prodotti che consistevano in 32 casse di cotone e 38 di profumo. Il 1° dicembre fu la volta della nave Itapè dalla quale i militari inglesi prelevarono 22 passeggeri di origine tedesca. Il governo brasiliano tenne un fermo atteggiamento di condanna che fu seguito dall’intensificarsi della propaganda favorevole all’Asse dopo le vittorie tedesche in Europa, e tutto ciò indusse molti ad interpretare come manifestazione di solidarietà con i paesi totalitari il discorso – in più di un punto riecheggiante luoghi comuni della retorica mussoliniana – tenuto da Vargas l’11 giugno. In ogni modo, nonostante gli alti e bassi nei rapporti tra Washington e Rio de Janeiro, la prima reazione diplomatica brasiliana all’attacco giapponese alla base navale statunitense di Pearl Harbor fu di un certo valore. La mattina dell’8 dicembre, infatti, il presidente Vargas convocò una riunione improvvisa, al termine della quale il governo brasiliano decise di esprimere totale solidarietà agli Stati Uniti, immediatamente comunicata al presidente Roosevelt. In base agli accordi già stabiliti fu immediatamente concesso al governo di Washington il permesso di inviare al più presto nelle basi di Bèlem, Natal e Recife dei reparti di marines, che furono fatti passare, agli occhi dei non addetti ai lavori, per “personale tecnico”. Nello stesso periodo cominciarono ad arrivare in Brasile quantità, seppur non abbondanti, di armi statunitensi e fu ampliato l’accordo del 1° ottobre, fino a raggiungere sei mesi più tardi la cifra di circa 200 milioni di dollari. Tale accordo, firmato nel marzo 1942, oltre alla concessione delle basi navali del nordest, in dettaglio stabiliva che il Brasile ricevesse «… armamenti moderni per 200 milioni di dollari, la concessione della Itabira Iron Company, già inglese, e un prestito di 14 milioni di dollari dell’Eximbank per lo sfruttamento minerario. Nasceva così la Companhia Vale do Rio Doce, dalla quale USA e Gran Bretagna si impegnavano ad acquistare 750.000 tonnellate di ferro».
affondamenti di navi mercantili nazionali. Il Brasile in seguito ruppe le relazioni diplomatiche con la Romania (marzo) e l’Ungheria (maggio). Nel novembre, a seguito di un’incursione della polizia “collaborazionista” nella sede dell’Ambasciata brasiliana a Vichy, furono sospese le relazioni anche con la Francia di Petain. Nei primi mesi del 1942 gli attacchi dei sottomarini tedeschi ed italiani nei pressi delle coste brasiliane provocarono l’affondamento di molte navi. Il 14 febbraio fu affondata la prima nave brasiliana, la Cabedelo , con la morte di 54 marinai. Seguirono altri 24 affondamenti nel 1942, 8 nel 1943 e 1 nel 1944, per un totale di 36 navi e quasi 1000 morti. Il periodo più nero della storia della Marina mercantile brasiliana fu l’agosto del 1942. Tra il 15 e il 19 i siluri italo-tedeschi colarono a picco ben 6 navi tra le quali la Baependi, la Anibal Benevolo e la Araraquara. A questo proposito è importante ricordare che il 28 luglio, ad opera di un sottomarino tedesco, era già colata a picco la nave Piave che aveva a bordo alcuni marinai italo-brasiliani tra cui il motorista Ernesto Rocco. In Brasile, dopo i primi affondamenti di navi nazionali, l’opinione pubblica si scagliò contro la polizia politica dell’Estado Novo, diretta da Filinto Mùller, accusata di non fare niente contro la rete di spie filo naziste presenti nel Paese. In effetti, per il governo il problema della “Quinta-Colonna” diventò scottante. Le spie trasmettevano i movimenti delle navi e il caso più famoso fu quello di un certo Nils Cristennsen, che trasmise ai sottomarini nazisti la rotta della Queen Mary carica di soldati statunitensi diretti in Africa. Scoperto ed arrestato, Cristennsen, fu condannato a trenta anni di prigione con l’accusa di criminale di guerra. Contemporaneamente furono smantellate le compagnie aeree Condor (tedesca) e LATI (italiana) considerate centri di operazioni spionistiche. In Brasile, i militari che, sul piano della politica interna, favorivano un regime duro sulla falsa riga dei regimi nazifascisti europei e che in precedenza si erano opposti ad una stretta collaborazione con gli Stati Uniti, erano in apparenza sconfitti. Così subito dopo Pearl Harbor e dopo la decisione del governo di Rio di schierarsi con gli Stati Uniti, i due esponenti dell’ala nazionalista, Gaspar Dutra e Goes Monteiro, proposero le dimissioni dai loro incarichi governativi. Vargas fu però costretto a non accettare per non indebolire i vertici delle Forze Armate e rilanciò ancora una volta la necessità di appoggio dell’Esercito all’Estado Novo. Per questo nei differenti articoli del trattato segreto, stipulato tra il Brasile e gli Stati Uniti il 23 maggio 1942, si poneva la base per la prossima futura collaborazione bellica che non si riduceva soltanto alla presenza di truppe straniere in Brasile, ma che prevedeva anche l’intervento statunitense in caso d’attacco al Brasile da parte di un altro paese americano. Infine si accennava alla futura partecipazione diretta del Brasile ad operazioni all’estero, che configurava l’origine della Forza di Spedizione Brasiliana e quindi una valorizzazione dell’Esercito stesso e dei suoi quadri. Le ragioni che indussero il Brasile a premere per l’impresa militare d’oltreoceano erano numerose e di tipo diverso. Dal punto di vista della politica internazionale si trattava, per il grande stato populista sudamericano, di sostenere la propria posizione di fronte ai futuri negoziati di pace e di rafforzare e riaffermare il proprio prestigio politico, diplomatico e militare nell’America Latina. Ma i motivi di carattere interno prevalsero nettamente in quest’atteggiamento. I cambiamenti nella posizione internazionale del Brasile, che erano stati relativamente lenti ad evolvere fino ad un punto di integrale inserimento nello schieramento alleato, furono determinati da uno sviluppo socio-politico, che avrebbe avuto poi vaste conseguenze nel futuro del paese. Per questo motivo il governo di Vargas, una vera e propria dittatura, si trovò di fronte ad enormi cambiamenti sociali e non poteva fare a meno di prenderne atto. Paradossalmente anche lo stesso P.C.B. (Partito Comunista Brasiliano) era dell’idea che la creazione della FEB avrebbe rafforzato, in un certo senso, la marcia verso la restaurazione della democrazia brasiliana; infatti, secondo i comunisti, la FEB andando a combattere in Europa contro le dittature fasciste dell’Asse, avrebbe scosso il paese. Fu così che i maggiori partiti di opposizione iniziarono una politica di “appoggio condizionato” a Vargas, seguendo la politica del capo dell’opposizione Prestes che, privilegiando lo scontro con il nemico nazifascista, sapeva perfettamente che la contraddizione di combattere le dittature all’estero, mantenendone una all’interno, sarebbe prima o poi venuta a galla.
Sul piano militare alcuni ufficiali dell’Esercito brasiliano partirono nel 1943 per gli Stati Uniti dove seguirono, presso le scuole militari di Fort Knox, Fort Benning e Fort Leavenworth, corsi speciali di scuola di guerra. Ma il problema più grave che dovette affrontare l’esercito brasiliano fu quello della formazione dell’intera gerarchia militare. Infatti a partire dagli anni ’20 il processo di modernizzazione dell’Esercito brasiliano era stato operato da una missione militare francese guidata dal generale Maurice Gamelin. L’Esercito brasiliano aveva dottrine di impiego di scuola francese ed era dotato di armi di fabbricazione tedesca, italiana e francese, per cui il problema di farlo combattere a fianco di unità statunitensi presentava diversi aspetti complessi e non poche difficoltà materiali (uno tra tutti il problema del rifornimento munizioni). La fanteria era armata con fucili “Mauser” e mitragliatrici “Hotchkiss”, mentre l’artiglieria possedeva cannoni “Schneider” trasportati a dorso di muli. Per quanto riguarda le unità motorizzate, assenti nell’esercito brasiliano, il governo aveva commissionato 175 carri armati di vario tipo alla “Fiat-Ansaldo” italiana. Occorreva quindi rivedere fin dall’inizio la formazione e l’addestramento dei quadri militari, trasferendo una differente maniera di pensare, per vari aspetti abbastanza innaturale, a ufficiali che dovevano dimenticare tutto il loro precedente addestramento, sovrapponendovi una nuova concezione dei rapporti militari, della tattica e della strategia. Tuttavia, in un modo o nell’altro, bisognava raggiungere questo nuovo addestramento, più psicologico che tecnico, e, quindi, sostituire West Point a Saint Cyr. Nello stesso momento si cercava di preparare un corpo di spedizione secondo i disegni adottati dal potente alleato nordamericano che forniva anche le armi. Tutto, quindi, dovette cambiare e dovette essere, in qualche occasione, improvvisato, poiché i brasiliani non avevano esperienza di spedizioni oltreoceano, non conoscevano il paese e il clima in cui avrebbero dovuto combattere e non avevano nemmeno un significativo patrimonio militare. La carenza di preparazione ed organizzazione delle unità d’appoggio della FEB non riguardava solo l’armamento: mancavano, infatti, stenografi, chimici, elettricisti,
radio-operatori, conducenti di autocarri e trattori, operatori di compressori d’aria e meccanici. Inoltre l’esercito brasiliano disponeva di un solo tipo di uniforme che non era adatta ad affrontare l’inverno italiano. Nacque così il problema di chiedere agli americani anche le divise, a proposito delle quali esistono varie testimonianze su un fatto tragicomico avvenuto subito dopo lo sbarco della FEB a Napoli. Le originali uniformi brasiliane erano di colore molto simile a quello delle divise delle truppe tedesche impiegate in Africa così quando i militari sudamericani si trovarono a passare tra la gente, senza armi, furono scambiati per prigionieri di guerra. I primi giorni del neocostituito Corpo di Spedizione trascorsero nel riparare gli “alloggi”, nel costruire i percorsi di guerra e nella immancabile visita medica. E’ giusto premettere che precedentemente nelle Regioni Militari alcune Commissioni mediche avevano esaminato 107.609 richiamati scartandone ben 23.236.
Vargas comunicò a Washington che tutto era pronto ma gli statunitensi, impegnati nella preparazione dell’Operazione “Overlord”, presero tempo, e ciò causò tra i generali brasiliani il timore di un calo d’interesse da parte degli Stati Uniti nel progetto. Il problema risiedeva nell’assenza nella Marina mercantile brasiliana di grandi piroscafi idonei al trasporto di truppe e nel contemporaneo impegno delle Marine alleate nell’organizzazione dello sbarco in Normandia. A giugno finalmente l’ufficiale di collegamento a Washington, Leitào de Carvalho, riuscì ad ottenere una nave statunitense e immediatamente informò Rio di tenersi pronti. Alle 06.30 di domenica 2 luglio 1944 il General Mann salpò l’ancora con 5.075 uomini a bordo dei quali 304 ufficiali, scortato dai cacciatorpediniere brasiliani Marcilio Dias e Mariz e Barros, e dallo statunitense Greenhalgh.
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BIBLIOGRAFIA
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… tempio dedicato a Parvati la sposa di Shiva.
Questi templi sono qualcosa di unico, emozionano il cuore, penetrano nel profondo, energia, emozione che dalla terra mi penetra dentro, attrae verso la terra, i piedi nudi si emozionano sulla pietra calda, fredda, liscia e ruvida, arenarie levigate da passi umani e acque celesti. I templi slanciati verso l’infinito mi trascinano oltre le guglie traforate e ornate di saggezza.
Canti sacri a Shiva o a Krishna nell’aria, donano pace al mio cuore e a questo luogo; dimentico le flotte di venditori pronti, qui fuori, come squali in mare aperto.
La bellezza di questi luoghi rende il Taj Mahal un ricordo lontano, la sacralità e la pace di questa devozione frena le lacrime di tibetani ricordi.
Lascio che l’arenaria mi parli, siedo dinnanzi allo Shiva-Lingam… offro incenso e ricevo un “bindu” di devozione.
Bassorilievi, sculture, decori, intarsi impregnano queste pietre tanto quanto centinaia di anni di devozione che continua tuttora.
Sui muri scene di vita quotidiana, balli, canti, caccia, eros, tantra, yoga.
Non i templi del sesso ma della Vita, ogni parte della vita.
Sono da osservare bene prima da fuori, poi nell’anticamera, dopo, svuotati dalle umane passioni si può entrare ed incontrare la divinità.
Attorno ai templi prati, alberi, un giardino di semplice e rara bellezza. Un dono per me, un dono che la saggezza indiana ci dona e che troppi occidentali sprecano con malizia.