Delhi

i tetti di Delhi

i tetti di Delhi

Cortocircuito!

L’aereoporto di Delhi è un aereoporto qualunque, abbastanza grande e abbastanza fatiscente, old-style, ma pur sempre un aereoporto, potremmo essere ovunque, ma lì fuori c’è Delhi e tutta l’India si ammassa all’uscita dei viaggiatori… parafrasando Pasolini quello che mi assale è “il rumore dell’Idia”. I miei occhi erano stati preparati, il mio olfatto era stato preparato, il mio udito è ora a Delhi.

Un autista molto educato ci accoglie per guidarci in albergo (l’unico di questo viaggio che abbiamo prenotato da casa). Vuole raccontarci l’India tutta intera del breve viaggio, l’inglese impastato di indu non è ancora penetrato in noi e non ci lascia tregua. Il clacson della sua piccola “Tata indica” sfida “Tata” enormi, ricksaw, moto-ricksaw e ogni cosa si muova sulla strada. Guidare a Delhi è un’esperienza, fortunatamente non la mia.

Ragazzi poco più che ventenni pedalano nel traffico con tre bombole del gas sul portapacchi. Placide mucche bianche e abbastanza in carne, mangiano lente ad un ristorante all’aperto assieme ai commensali divertiti.

Old Delhi

Old Delhi

E’ tutto così shockante che mi sento quasi a casa, sconvolto e integrato… avvolto dalla dicotomia indiana.

L’autista spegne il motore ai semafori e lo lascia acceso mentre fa il pieno.

Larghi quartieri coloniali, ordinati e pieni di verde e di monumenti, affiancati a vere e proprie baraccopoli; lucide automobili occidentali sfrecciano accanto a lamiere tenute insieme col fil di ferro.

Entriamo a Old-Delhi, nelle guide turistiche è forse l’ultimo luogo in cui andare, è la nostra prima notte indiana e vi penetriamo in ricksaw… luci, cavi ovunque, moto ricksaw, biciclette, uomini, animali, gioielli, stoffe, voci, rumori… pace!

Pace dentro ad un tempio Giainista scoperto grazie all’improvvisato autista di ricksaw da noi mal ricompensato dalla nostra non confidenza con le rupie.