L’Esperienza di Agni:

Marzo 2005

Decisi di provare ad adottare un bambino a distanza da quando, nel 2001, incontrai qualcuno che avendo fatto questa scelta prima di me, aveva avuto la bellissima esperienza di incontrare la persona adottata.
La sua gioia era sincera e semplice, poche parole, tante emozioni si sono trasmesse in un dialogo di pochi minuti… non ho mai più incontrato questa donna ma la sua disponibilità a condividere con me quanto le era accaduto ha portato inimmaginabili conseguenze…
La mente, in queste occasioni porta un sacco di motivazioni ovvie e scontate per non agire, così ho voluto coinvolgere una cara amica per avere la certezza di poter mantenere la mia sponsorizzazione a lungo nel tempo! Certamente non ero pienamente consapevole del fatto che 23 euro al mese (allora erano 21) non cambiano la vita di una persona occidentale con un lavoro fisso ed una situazione di vita mediamente stabile.
Contemporaneamente l’adesione di Silvia al mio progetto ci ha dato la possibilità di nutrire un rapporto di amicizia già bello e profondo con qualcosa da costruire e progettare assieme!
All’inizio è stato complesso perché il bambino, Namgyal (con la sua famiglia) viveva in una zona molto svantaggiata e difficilmente raggiungibile dalle comunicazioni, le lettere tardavano moltissimo, anche 6 mesi, ed alle volte andavano smarrite.
I condizionamenti di tutti i giorni, il continuo terrorismo psicologico che riceviamo dai mezzi di comunicazione era riuscito a far sorgere in me dei dubbi e non nascondo di aver anche dubitato della serietà della associazione… ora penso di aver sprecato energia in pindarici voli mentali! Le cose si sono sistemate quando la famiglia è arrivata in un importante città indiana, dalla quale le comunicazioni sono state molto più agevoli.

Namgyal è un bambino tibetano, che come tanti bambini tibetani, esuli dalla loro terra, oltre a vivere una condizione disagiata ha rischiato di non poter ricevere una istruzione tradizionale adeguata.
La nostra sponsorizzazione riguarda questa area, mandiamo i soldi per la scuola; infatti una comunità sradicata dal proprio ambiente ha anche bisogno di mantenere la propria identità culturale e spirituale e una solida base di valori etici, senza la quale la società è destinata a degenerare.
Dopo l’occupazione cinese del Tibet (1959), il Dalai Lama e più di 140.000 tibetani si sono rifugiati in India e Nepal per sfuggire alla persecuzione religiosa e cercare di preservare le basi della loro cultura.
Per vincere il radicato spirito di indipendenza dei tibetani il governo cinese ha messo in atto un programma sistematico di eliminazione di tutti i punti di riferimento culturale e religioso, che ha portato alla distruzione quasi totale di scuole, biblioteche, luoghi di culto e opere d’arte sacra. Si calcola che in questi quattro decenni circa 1.200.000 tibetani siano morti a causa della repressione e degli sconvolgimenti sociali ed economici che ne sono derivati. Numerosi esuli continuano quotidianamente ad affluire ai campi profughi, ove spesso le condizioni di vita sono proibitive e le malattie, inesistenti nell’aria tersa degli altopiani tibetani, diventano veramente minacciose per la salute delle persone.
Fortunatamente esistono organizzazioni non governative, come la Yeshe Norbu, che negli anni hanno dato un aiuto silenzioso ma incisivo per il miglioramento di queste condizioni.

É con questo input che nel 2004 iniziamo a progettare un viaggio in India, prima destinazione… abbracciare nostro figlio Namgyal…
Si parte a gennaio 2005!

Agni

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