l’Esperienza di Silvia:
Giugno 2005
Sono trascorsi quasi tre anni dall’inizio dell’adozione e ancora adesso mi sembra incredibile che ci sia stato un incontro con il bambino e la sua famiglia!
L’Associazione Yeshe Norbu offre diverse possibilità: adozione di un bambino, aiuto ad un monaco od ad una persona malata od anziana.
Consideravamo importante ognuna di queste e abbiamo fatto la nostra scelta semplicemente tirando a sorte!
È così che il “caso” ci ha portato Namgyal, credo sinceramente che aiutando lui egoisticamente io abbia cercato di fare del bene anche a me stessa; questa esperienza mi ha regalato gioie e momenti di riflessione.
Ora a distanza di qualche anno mi rendo conto che diversi atteggiamenti nella mia vita sono cambiati in parte grazie a questo progetto e ai pensieri che ne sono scaturiti.
Seguire gli sviluppi, informarmi sulle vicende del Tibet, scrivere ai bambini e tentare di conoscere una realtà è stato terapeutico per la mente.
I dubbi iniziali e le perplessità sono stati eliminati in breve tempo grazie alla disponibilità e cortesia della nostra referente per l’adozione.
Dopo qualche difficoltà nei primi contatti mi sono stupita vedendo che le nostre lettere arrivavano a destinazione puntuali e le risposte erano veloci.
Non ho mai avuto esperienze simili e per dare un aiuto a persone bisognose in zone disastrate avremmo avuto un’ampia scelta. Agni ed io nel corso della nostra amicizia abbiamo sentito crescere l’interesse comune per il Tibet; probabilmente dentro di noi qualcosa vibrava bene verso questa direzione e quando c’è stata la possibilità di concretizzare tutto questo ci abbiamo creduto.
Spesso abbiamo parlato delle vicende del Tibet e leggendo abbiamo conosciuto una storia di torture e violenze che ci ha colpito.
Molti popoli nel mondo hanno subito massacri nel tentativo di annientare una cultura, delle tradizioni e un’identità.
Al Tibet è toccata questa sorte: un paese “cuscinetto” fra stati potenti con mire espansionistiche ha subito un’aggressione violenta nella quasi totale indifferenza del mondo.
Negli ultimi anni il Dalai Lama ha ricevuto il Nobel per la pace ma ai tempi dell’invasione cinese il Tibet poté contare su ben pochi aiuti esterni.
Oggi i monasteri distrutti sono stati in parte ricostruiti, molte città del Tibet dovrebbero godere dei benefici della cosiddetta “modernizzazione” cinese ma il pensiero continua ad andare ai monaci torturati ed incarcerati e a tutte le persone arrestate per aver pronunciato “lunga vita al Dalai Lama”.
Resto sempre incredula nel leggere queste storie raccontate da persone che si sono salvate; spero che con coraggio e determinazione continueranno a raccontare per farci capire.
Ancora negli anni novanta, decenni dopo l’occupazione cinese, nei centri di prima accoglienza per profughi, arrivano decine di persone al giorno, alcune affamate e in pessime condizioni per il lungo viaggio affrontato. Namgyal e la sua famiglia ora stanno bene ma credo che la loro storia sia uguale a quella di tanti altri tibetani che nel loro paese non erano più liberi e sicuri.
Supportiamo questa iniziativa perché vorremmo che i bambini come Namgyal potessero crescere studiando la loro cultura, scegliendo il loro stile di vita. Sarebbe semplicemente normale che nei monasteri religiosi potessero praticare ed insegnare il buddhismo.
Molte ragioni politiche avranno portato all’invasione del Tibet ma in questo contesto la persecuzione religiosa è stata una parte pesante e dolorosa per il popolo tibetano.
Il buddhismo è una preziosa cultura di pace che appartiene al popolo del Tibet ma è anche a disposizione di tutti coloro che vogliono avvicinarsi.